Poco più di una vasca da bagno

Valganna – Ghirla, agosto 1908

 

Erminio Cazzaniga, detto Mino, aveva quarantadue anni e gestiva una bottega da fabbro nel borgo di Bedero Valcuvia. Spalle da bue, mani come bernasc, la paletta che si usa per raccogliere le ceneri nella stufa, e un carattere che la moglie Giuditta definiva solido ma che i compaesani descrivevano testardo come un mulo di montagna. Una questione di punti di vista.

Non un vizio che fosse uno: i suoi unici pensieri erano il lavoro e la Giuditta. Casa-bottega, bottega-casa. Nel vero senso del termine: non si era mai allontanato dalla valle se non un paio di volte in cui era stato costretto a spingersi fino in città, per una qualche incombenza burocratica. Non era mai nemmeno salito su una barca in vita sua. E di questo andava particolarmente fiero, come se fosse una sua scelta e non invece la paura di annegare che lo attanagliava quando l’acqua era profonda e con i piedi non si toccava.

Una esistenza orgogliosamente piatta e coraggiosamente abitudinaria. Costruita con fatica e dedizione negli anni, plasmandola su poche e semplici aspettative. Sue e di sua moglie. O almeno questo, fino a quel giorno, aveva sempre creduto.

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Il mattino del 9 agosto, il portalettere Amedeo Borsotti, un uomo piccolo con due baffi troppo grandi per la sua faccia, si presentò alla bottega del Mino per consegnare una busta color crema con in bella vista il timbro del Circolo Canottieri di Milano.

Dentro c’era un invito ufficiale.

Erminio Cazzaniga, questo c’era scritto, era atteso alla regata del 16 agosto a Ghirla, dove avrebbe dovuto prendere posto sulla canoa a quattro della società meneghina.

Il Mino lesse la frase tre volte. Poi, per essere sicuro, si fece confermare le parole esatte anche dall’Amedeo, perché l’italiano non era mai stato il suo forte. Ma anche perché il postino, curioso, era rimasto immobile alla porta. Allungando solo il collo nel tentativo di capire cosa vi fosse di tanto spaventoso in quella lettera da aver addirittura impietrito quel colosso del Mino.

Impassibile, almeno esteriormente, rimise il foglio ben piegato nella busta, salutò l’Amedeo, chiuse la bottega e si avviò verso casa. Sul tragitto, percorso lentamente fissandosi le punte degli scarponi un passo dietro l’altro, si bloccò davanti alla Locanda della Baita. Dopo un attimo di esitazione, aprì la porta ed entrò. Si guardò intorno senza aprir bocca, spaesato, sotto lo sguardo attonito del Cecco, l’oste.

«El pœu minga vess» farfugliò dopo qualche attimo di silenzio, «non può essere…»

Il Cecco annuì con la testa. Gli aveva proprio tolto le parole di bocca: era la prima volta che il Mino metteva piede lì dentro!

Non fece però in tempo ad articolare una adeguata frase di benvenuto che quel gigante del fabbro fece dietrofront e uscì dal locale riprendendo la strada verso casa.

Arrivato, posò la busta sul tavolo in legno massiccio della cucina ancora borbottando tra sé e sé: «el pœu minga vess».

Giuditta non era nella stanza, ma aveva orecchie dappertutto.

«Che roba l’è?» chiese comparendo trafelata alla porta che dava sul piccolo orticello dietro casa portando una piccola zucca appena raccolta.

«Nagót. Una lettera per qualcun altro.»

Giuditta, preoccupata dalla strana espressione del marito, e ancor di più perché rientrato in un orario diverso dal solito, si avvicinò subito al tavolo senza nemmeno preoccuparsi di togliere gli zoccoli infangati.  Si pulì poi le mani sporche di terra nel grembiule, aprì la busta, stirò il foglio con il palmo, come se stesse lavorando la pasta, distendendolo per bene sul tavolo.

«Cosa c’è scritto?» gli chiese poi dopo aver inutilmente fissato quei simboli che non aveva mai imparato a decifrare. 

«Una cosa sbagliata!»

«Si, ma cosa?»

«Che devo presentarmi al lago di Ghirla per partecipare a una regata.»

«Ma proprio tu?»

«Sì. C’è scritto il mio nome!»

«Sembra più una chiamata alle armi». 

«Sì. Sembra…»

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Don Rocco, il parroco del paese, volendo approfittare della piacevole brezza che dal fondovalle stava rinfrescando quella tarda mattinata estiva, uscì dalla canonica per fare due passi. Si ritrovò però la coppia davanti al portone della navata centrale della chiesa. Lei con gli occhi luccicanti, come avesse appena ricevuto una splendida notizia. Lui impassibile e distaccato come sempre, ma con il respiro corto, come se fosse preoccupato per qualcosa. 

«Domenica prossima» constatò dopo aver letto il foglio che la Giuditta, senza dargli nemmeno il tempo dei convenevoli, gli aveva sventolato fiera sotto agli occhi. 

«È un errore...» borbottò il Mino a braccia conserte in piedi un passo dietro alla moglie.

«Una regata sul lago» esclamò invece trasognante la Giuditta, lasciando volare i pensieri, «con tutta quella gente perbene che ci sarà, che ci ammirerà, che…»

«Ma io non so remare».

«Non si capirà, da lontano» lo zittì.

«E… non so nemmeno nuotare» aggiunse allora sottovoce, quasi si vergognasse di ammetterlo davanti al prevosto.

«Non lo dovrai fare! Tu devi solo restare sopra la barca.» 

«Vi accompagno» si inserì nel battibecco don Rocco divertito e preoccupato allo stesso tempo, «e porto la benedizione». 

«A chi?» chiese il Mino un po’ troppo bruscamente neanche gli avesse proposto l’estrema unzione. 

«Alle barche. O a voi, se serve…»

___

Fernanda, la nipote del Mino, non volendo perdersi l’occasione di una passeggiata al lago, appena seppe la notizia dalla zia, si aggregò alla combriccola. Aveva quattordici anni e portava sempre in tasca un taccuino su cui scriveva frasi e versi che poi si vergognava di far leggere agli altri. Era l’unica, oltre al parroco, a cui Giuditta aveva potuto riferire la notizia: nessuno in paese doveva sapere! Ordine del Mino. Altrimenti non ci sarebbe andato. E Giuditta non aveva obiettato, seppur la tentazione di vantarsi in parrocchia fosse stata forte. Ma non poteva rischiare, non si sarebbe persa per nulla al mondo quella gita. Forse la prima volta, insieme, oltre i confini del piccolo borgo.

Nonostante fossero passati ormai cinque anni da quando il trenino bianco aveva iniziato a sferragliare regolare per la Valganna, la gente del posto ancora non si era del tutto abituata a quella rivoluzione, e soprattutto al fatto che il mondo li potesse raggiungere. E che anche loro, di conseguenza, potessero agevolmente allontanarsi da casa. La decisione alla base era comunque a scopo prevalentemente turistico, dicevano quelli che sapevano le cose, e le domeniche d’estate lo si poteva chiaramente appurare: ogni corsa vomitava sul piazzale della stazione di Ghirla una ventina di milanesi in abiti chiari, le signore con il parasole, i signori con il cappello di paglia, tutti con l’aria di chi ha scoperto un posto segreto che segreto non lo era più, purtroppo, da un pezzo.

Per la gioia del Mino il piccolo borgo di Bedero era invece stato solo sfiorato da quello sconvolgimento: periferico rispetto al tracciato del treno e sufficientemente distante dai laghi.

Per la riscoperta curiosità della Giuditta, quella poteva invece essere l’occasione perfetta per vivere, per la prima volta da protagonista, quel cambiamento. In un evento oltretutto di grande importanza, secondo fonti certe raccolte dalle colleghe betoniche in parrocchia: il debutto per la città di Varese nell’organizzazione di un avvenimento nautico che avrebbe richiamato numerosi appassionati provenienti non solo da Milano, ma da tutta la regione e oltre!

___

Nella tarda mattinata del 16 agosto si avviarono a piedi verso Ganna raggiunti, a metà strada, dal Gianni Bariatti, il vetturino, che si offrì di accompagnarli a destinazione. D’altra parte, da buon scommettitore accanito, si stava già recando alla regata: non era certo una occasione da lasciarsi sfuggire. Gianni aveva una teoria tutta sua: c’era chi scommetteva con la testa, dopo uno studio approfondito e una serie di arzigogolati ragionamenti e calcoli statistici, chi scommetteva con la pancia, senza pensarci minimamente sopra, lui invece né l’uno né l’altro. Aveva elaborato un metodo, a suo dire scientifico, ma che in realtà si basava su fantomatiche rivelazioni mistiche, che però non avrebbe mai svelato. E che nessuno, visti anche i risultati piuttosto deludenti, aveva mai nemmeno insistito per conoscere. 

Raggiunta la Badia e presa la carrabile a monte del piccolo centro abitato, non appena usciti dal bosco che li aveva avvolti per buona parte del tragitto, insieme alle parole del vetturino che non era stato zitto un secondo, il lago apparve loro tutto d’un colpo, di un magnifico color ardesia in contrasto al bianco del cielo estivo. Anche Gianni, per la gioia del Mino, rimase ammutolito. Non solo per la bellezza di quella visione, ma anche per l’impressionante processione di carrozze, provenienti da Varese e Milano, che occupava tutta la strada.

Una affluenza oltre le più rosee aspettative, a cui neanche le betoniche della parrocchia avrebbero creduto, favorita dalla splendida giornata di sole e dalle temperature gradevoli grazie ai temporali dei giorni precedenti: le tribune erano stracolme, oltre settecento i biglietti venduti, così come il recinto riservato. Qui, una volta terminati i mille ingressi disponibili, il pubblico era stato addirittura ammesso gratis. Numeri da capogiro, che il Gianni aveva subito cominciato a interpretare a suo modo. 

Potendo inoltre assistere alle gare da molte posizioni, e grazie all’assenza di transenne, moltissimi spettatori si erano assiepati lungo la strada provinciale, ai lati della linea del trenino, oppure sulla sponda opposta del lago, all’ombra di larici e faggi. Anche le spiagge erano gremite di gente. Famiglie con cestini da picnic, giovani in divisa sportiva, un fotografo con il treppiede che cercava un angolo di presa decente.

Almeno tre i baracchini con un comodo servizio bar allestiti nei prati.

Il piccolo lago, sotto ogni profilo, si era trasformato in una rinomata meta turistica, e quella domenica d’agosto, per la felicità della Giuditta, era tutto un cicaleccio di dame e un passeggiare di gentiluomini in ghingheri.

Dieci società di canottaggio, trenta imbarcazioni tirate a lucido con i colori delle società che brillavano disegnati sulle fiancate, di tipo diverso per le otto categorie in gara, per un totale di cento vogatori. Anzi: novantanove più il Mino.

Un uomo in camicia bianca con la fascia del circolo canottieri, distinguendolo probabilmente per la stazza fisica, gli si avvicinò d’improvviso.

«Cazzaniga! Finalmente. Siamo in ritardo, preparatevi».

«Ho ricevuto la vostra lettera ma deve esserci stato un equivoco. Io sono Erminio Cazzaniga…»

«Appunto!» esclamò l’uomo senza nemmeno guardarlo in volto, «e comunque non c’è tempo per alcun equivoco. Bortolo si è storto una caviglia durante gli allenamenti della settimana passata e voi siete l’unico di riserva. Sapete usare le mani, no?»

«Quelle sì…»

«Benissimo. Forza!» chiuse indicando l’imbarcazione ormeggiata poco distante: livrea verde scuro con le scritte color oro.

Don Rocco, che aveva assistito alla scena senza fiatare, alzò divertito gli occhi al cielo. Fernanda invece, dopo aver salutato con un abbraccio lo zio, si sedette su un tronco tagliato poco distante, aprì il suo taccuino e, osservandolo scrutare imbambolato la canoa fluttuare lentamente sulle acque scure del lago, scrisse: a volte basta togliere una sola piccola pietra per far crollare il più solido dei muri. 

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Le competizioni, invece che alle 14, iniziarono alle 15 con il nuoto di velocità sui cento metri. Non nel migliore dei modi in realtà, dato che, dopo una partenza più volte ripetuta, la Giuria aveva deciso di annullare la vittoria ottenuta da un certo Amilcare Berretta di Milano. Ometto piuttosto irascibile e bellicoso che aveva animatamente protestato benché, alla resa dei conti, nessuno dei concorrenti avesse effettivamente toccato il traguardo fermandosi poco prima.

Circostanza che non aveva di certo rassicurato l’animo emotivamente martoriato del Mino, ma che aveva invece galvanizzato il Gianni e le sue rivelazioni mistiche.

Meglio riuscita la successiva gara, su un percorso di 200 metri, riservata ai non professionisti abitanti nei paesi limitrofi al lago. Dei nove partecipanti, arrivò primo al traguardo tale Paolo Righini di Fabiasco. Pur conoscendolo, più volte si era presentato in officina per sistemare alcuni attrezzi rotti, il Mino non era riuscito ad andare a complimentarsi con lui, troppo impegnato a fissare la canoa. Neanche potesse riuscire ad addomesticarla con lo sguardo.

Terminato il nuoto iniziò il canottaggio nelle varie specialità. In coda, come se il destino avesse deciso di prolungare il più possibile l’agonia del Mino, la Coppa Internazionale Valganna, regata a cui partecipava anche la società Lario di Como, per tutti la favorita. A confermarlo l’aspetto dei rematori: mascelle quadrate e spalle che li facevano assomigliare più ad armadi a due ante che a persone. Roba che il Mino sarebbe quasi passato inosservato.

Il capo-voga inoltre, un marcantonio di circa due metri di altezza, mostrava fiero una cicatrice sul mento a forma di remo che Gianni Bariatti interpretò subito come un segnale divino. 

«Scommetto una lira d’ argento sulla Lario» esclamò compiaciuto bussando con il gomito sul fianco di don Rocco.

«Sicuro?» gli chiese con una smorfia. Fino a quel momento il Gianni non ne aveva ancora indovinata una, nonostante una continua interpretazione di simbolismi ultraterreni. 

«Sicurissimo».

«Io invece scommetterei sulla Milano».

Si voltarono entrambi verso il Mino, sempre con lo sguardo catatonico, ma perlomeno non più immobile, perché da qualche minuto impegnato nel capire come salire in barca senza rovesciarla.

«Sicuro?»

Il parroco, sorridendo e scuotendo la testa, si mise una mano sulla fronte a coprirsi gli occhi. 

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Qualche anno prima, era il 1898, la costruzione di una diga necessaria per produrre energia utile alla nuova ferrovia elettrica, aveva innalzato il livello del lago e la sua superficie era arrivata a misurare poco più di un quarto di chilometro quadrato. Comunque poco più di una vasca da bagno, si ripeteva il Mino per tranquillizzarsi cercando di non pensare a quanto invece fosse profondo al centro e a tutte le leggende che giravano sui suoi freddi e bui abissi. Figurarsi che, proprio perché troppo piccolo, si era dovuto prevedere, per le gare di nuoto, un giro di boa sulla riva opposta, rendendo però possibile assistere sia alla partenza che all'arrivo senza cambiare di posto. Quanto mai poteva essere pericoloso?

Eppure avvicinandosi alla canoa il brusio degli spettatori si affievoliva, e ogni passo sul piccolo imbarcadero proteso verso le nere acque del lago, amplificava il silenzio che gli ovattava i pensieri. 

Comunque poco più di una vasca da bagno…

Con quel mantra nella testa, e dopo aver incrociato il volto felice della sua Giuditta sedutasi proprio al centro delle tribune - chissà come aveva fatto a imbucarsi sin lassù - riuscì, goffamente ma senza cadere in acqua, a sistemarsi al remo di poppa. Gli altri tre rematori lo guardarono con un’espressione mista tra curiosità e preoccupazione. Non sembrava per niente a proprio agio, ma con due spalle così…

«Avete mai remato?» gli chiese sottovoce Mario, il capo-voga, cominciando a sospettare qualcosa.

«In effetti…» ma non ebbe tempo di concludere la risposta perché interrotto dagli applausi del pubblico per l’inizio della gara. Prima fra tutte la Giuditta, in piedi, incapace di trattenersi di fronte al colpo d’occhio di quelle imbarcazioni tutte perfettamente allineate davanti allo starter. Bordo alto, chiglia robusta, eppure così snelle e aggraziate. E tra quegli uomini nerboruti… il suo Mino. Gli occhi le luccicavano di gioia.

«Tirate quando tirano gli altri e non fateci capovolgere» concluse allora il Mario consapevole non ci fosse ormai nessun’altra soluzione possibile.

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Quello che poi veramente accadde durante la regata assume contorni diversi in ragione di chi lo racconta.

Secondo Gianni Bariatti, fu la riprova della solidità del suo metodo altamente scientifico di valutazione e interpretazione delle variabili cosmiche: delle cinque imbarcazioni in gara, una si incagliò dopo aver invertito il senso del giro di boa, due rematori di un’altra andarono fuori sincrono e si fermarono a litigare in mezzo al lago. La Nino Bixio di Piacenza e la Lario di Como, riuscirono a staccarsi nettamente dalla Milano del Mino, disputandosi accanitamente il primo posto. Nel rettilineo finale la Lario riuscì però a superare la Nino Bixio, al cui capo-voga, a duecento metri dal traguardo, era sfuggita di mano la cordicella del timone. Imprevisto che permise anche alla Milano di recuperare terreno. 

La Lario vinse e la canoa con a bordo il Mino si piazzò seconda. Quasi seconda, perché in realtà arrivò terza, ma il giudice di gara, un tizio con gli occhiali che gli scivolavano in continuazione sul naso, non riuscì a vedere bene il traguardo per via di una signora con il cappello troppo largo che gli stava davanti proprio nel momento sbagliato.

Nessuno però reclamò, e la Giuria convalidò il risultato. 

Secondo don Rocco, la sopravvivenza del Mino fu un chiaro segno della Provvidenza, mentre secondo Fernanda, che fantasticava dalla riva seduta sul mezzo tronco e scriveva sul taccuino, fu la cosa più bella che avesse mai visto: quattro uomini che remavano sincronizzati, o quasi, su un lago che sembrava uno specchio. L’espressione stampata sul volto di quel colosso di suo zio le sarebbe rimasta impressa per sempre nella memoria: lo sguardo di chi ha appena capito qualcosa di fondamentale sulla vita e sull’universo, ma non sa ancora di preciso cosa.

Secondo Giuditta la vita mondana faceva senza dubbio luccicare gli occhi, ma poteva anche bastare così: meglio tornare a casa nella sua cucina e nel suo orticello sul retro. 

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Il vero Erminio Cazzaniga arrivò con un’ora di ritardo, ancora in abiti civili, furibondo come un gatto bagnato. Aveva saputo della convocazione per caso, non avendo ricevuto la lettera, e aveva quindi preso il primo treno.

Trovò il Mino seduto sull’imbarcadero con i piedi nell’acqua, ancora madido di sudore, ma con l’aria trasognante.

«Siete un rematore della Milano?» gli domandò.

«Ero…» rispose il Mino.

Ci fu un momento di silenzio.

«Com’è andata?»

Il Mino alzò lo sguardo dal lago per un attimo e lo fissò con un sorriso compiaciuto. «Benissimo» disse poi tornando a fissare l’acqua. 

«Siamo arrivati secondi» confermò allora don Rocco seduto poco distante.

«Ultim… Terzi volevo dire» puntualizzò il Gianni.

«È solo una questione di punti di vista» commentò facendo spallucce la Giuditta.

Il vero Cazzaniga corrucciò la fronte inebetito. 

«Se volete vi posso accompagnare alla premiazione che si terrà più tardi al Kursaal di Varese» gli propose il Gianni, approfittando del fatto che i treni in partenza, nonostante fossero stati potenziati nel numero e nei vagoni, erano già tutti stracarichi e pensando di poter così recuperare qualche spicciolo, «dicono ci sarà anche uno spettacolo pirotecnico di oltre mezz'ora, con un temporale di lampi, tuoni e pioggia colorata, farfalle luccicanti, anelli, girandole, mosaici luminosi e…»

«Aspetterò il prossimo treno» lo interruppe l’uomo declinando e allontanandosi con una smorfia di disappunto. 

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Sul quotidiano Cronaca Prealpina del 18 agosto 1908 apparve un breve articolo a resoconto della regata, in cui il nome del vogatore di riserva della Milano fu storpiato in Tettamanzi. Nessuno a Bedero comunque lesse quella nota. O meglio: la lesse solo Fernanda, che la ritagliò e la appese sulla parete della cucina della zia Giuditta. Ancora entusiasta al ricordo di tutta quella gente accalcata sulle rive del lago ad ammirare il suo Mino remare.

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Una quindicina di anni dopo, Fernanda aprì una piccola pensione a Ghirla, zona Eden, in una casa che affacciava sul lago. A lato della finestra un piccolo quadretto riportava: vista sul lago dove mio zio arrivò secondo a una regata senza saper remare, il 16 agosto del 1908.

Qualcuno rideva. Qualcuno chiedeva com’era finita.

«Come?» ripeteva Fernanda, con l’aria di chi è stupita dalla domanda, «è finita che è tornato a casa, ha cenato, e il giorno dopo è tornato al lavoro».

«E basta?»

«E basta».

Note storiche a margine del racconto

I dati di contorno sono reali: alla regata del 16 agosto 1908 a Ghirla, pietra miliare nella storia sportiva varesina, organizzata con l’obiettivo di dimostrare che il lago di Varese e il piccolo lago di Ghirla possedevano tutte le caratteristiche necessarie per ospitare manifestazioni di livello nazionale, partecipò effettivamente la canoa a quattro del Circolo Canottieri Milano, che arrivò seconda dietro alla società Lario di Como. La cronaca delle gare, di nuoto e di canoa, prende spunto dalla realtà ma è stata declinata a favore narrativo. 

Cronaca Prealpina, fondata nel 1888 come bisettimanale e diventata quotidiano nel 1891, era all’epoca il principale giornale della zona. Tutte le notizie di contorno sono liberamente tratte proprio da articoli pubblicati e qui a seguire riportati e trascritti. 

Don Rocco fu parroco di Bedero dal 1879 al 1930. Non è dato sapere se veramente presente tra il pubblico della regata.

Il Mino (e il suo omonimo), Giuditta, Fernanda e Gianni sono invenzione.​​​​​​​​​​​​​​​​

Varese si distingueva come località di villeggiatura elegante e moderna, collegata a Milano da efficienti linee ferroviarie e dotata di alberghi, ville e strutture ricreative frequentate dalla borghesia lombarda.

La ferrovia della Valganna, attiva dal 1903, costeggiava i laghi di Ganna e Ghirla, e rimase in servizio fino al 28 febbraio 1955.

Il lago, poco più grande di una vasca da bagno, è ancora lì in tutto il suo splendore. 

Le pagine che seguono raccolgono e ripropongono, in ordine cronologico, gli articoli pubblicati dalla stampa varesina nel 1908, consentendo al lettore di rivivere giorno per giorno l'attesa, lo svolgimento e il trionfo delle prime grandi regate dei laghi di Varese e Ghirla.

Rassegna stampa d'epoca

I dati di contorno sono reali: alla regata del 16 agosto 1908 a Ghirla, pietra miliare nella storia sportiva varesina, organizzata con l’obiettivo di dimostrare che il lago di Varese e il piccolo lago di Ghirla possedevano tutte le caratteristiche necessarie per ospitare manifestazioni di livello nazionale, partecipò effettivamente la canoa a quattro del Circolo Canottieri Milano, che arrivò seconda dietro alla società Lario di Como. La cronaca delle gare, di nuoto e di canoa, prende spunto dalla realtà ma è stata declinata a favore narrativo. 

Cronaca Prealpina, fondata nel 1888 come bisettimanale e diventata quotidiano nel 1891, era all’epoca il principale giornale della zona. Tutte le notizie di contorno sono liberamente tratte proprio da articoli pubblicati e qui a seguire riportati e trascritti. 

Don Rocco fu parroco di Bedero dal 1879 al 1930. Non è dato sapere se veramente presente tra il pubblico della regata.

Il Mino (e il suo omonimo), Giuditta, Fernanda e Gianni sono invenzione.​​​​​​​​​​​​​​​​

Varese si distingueva come località di villeggiatura elegante e moderna, collegata a Milano da efficienti linee ferroviarie e dotata di alberghi, ville e strutture ricreative frequentate dalla borghesia lombarda.

La ferrovia della Valganna, attiva dal 1903, costeggiava i laghi di Ganna e Ghirla, e rimase in servizio fino al 28 febbraio 1955.

Il lago, poco più grande di una vasca da bagno, è ancora lì in tutto il suo splendore. 

Le pagine che seguono raccolgono e ripropongono, in ordine cronologico, gli articoli pubblicati dalla stampa varesina nel 1908, consentendo al lettore di rivivere giorno per giorno l'attesa, lo svolgimento e il trionfo delle prime grandi regate dei laghi di Varese e Ghirla.

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