per tutta la vita
“Sì, lo voglio!
Ricordo perfettamente quel momento. Era una bella giornata di inizio giugno. Nel parco del municipio, sotto un portale adornato di fiori color lilla. Tirato dentro un completo scuro, camicia bianca e
cravattona gonfia e azzurrognola - o meglio, carta da zucchero - sotto il mento, non mi sono mai sentito a mio agio così vestito per la festa. E lei al mio fianco. Raggiante nel suo candido abito
bianco.
A ben pensarci proprio tutto di quel giorno non lo ricordo, non tanto perché sia passato chissà quanto tempo, quanto perché l’ansia, l’agitazione del momento, o non so cosa, fanno passare le cose
talmente in fretta che quel che ti rimane davvero attaccato è proprio poco.
E poi alla fine quello che davvero conta è che ti sia rimasta attaccata lei.
Un atto formale, una firma su un contratto, niente di più. Perché erano anni che si stava insieme, e anni che si conviveva. Abituati ormai a sopportarsi a vicenda, cosa non da poco.
Una firma su un contratto dicevo, la voglia di dire al mondo che sì, eravamo assolutamente certi e sicuri di voler stare insieme. Tanto da volerlo dire proprio a tutti.
Sicuri nonostante tutto.
Qualunque cosa accada.
Ecco, adesso dovrebbe arrivare la triste fatalità, il destino che mette alla prova il tenero amore di due giovani sprovveduti che ancora credono alle favole.
In realtà sapevamo già a cosa saremmo andati incontro. Perlomeno noi! Perché ai tempi solo noi sapevamo che qualcosa non stava andando per il verso giusto. E quella scelta di mettere nero su bianco
la voglia di voler passare tutta la vita insieme, altro non era se non il desiderio di venirne a capo. La necessità di voler combattere, insieme, il nostro personale mulino a vento.
Perché non fosse più solo la sua guerra, ma anche la mia.
Tutto quel dolore per i medici poteva semplicemente ricondursi ad una qualche forma di ansia mal gestita, di profonda ipocondria o, per farla più semplice, di pazzia. Non quella da urla nella notte e
camicia di forza, ma quella più infima e infida, quella che si nasconde tra le pieghe della normalità. Quella che dopo un po’ che te la affibbiano, alla fine un po’ ti ci abitui e va a finire che in
fondo in fondo un po’ ci vuoi anche credere. Perché perlomeno è una spiegazione. È un motivo. È un qualcosa a cui ti puoi attaccare per cercare di venirne fuori, per combatterlo.
La gestisci insomma: eviti di uscire oltre il necessario perdendo il grosso degli amici (quelli buoni tanto rimangono, ti autoconvinci), lavori quando e quanto riesci (fare carriera non è
importante), un figlio lo faremo quando starò meglio (prima o poi succederà).
E sì, ci convivi. Sopporti quei dolori lancinanti che, subdoli, ti lacerano le interiora. E subisci anche lo scherno e le solite e scontate battutine sulle donne mestruate.
E allora dentro te cerchi ancora quell’appiglio per uscirne, ma che in fin dei conti non è un granché. È solo un ramo secco che si spezza non appena provi a cavarti fuori da quelle sabbie mobili che
ti afferrano le caviglie e ti immobilizzano le ginocchia.
Comunque con il tempo si è deciso di provarci. Ad avere un figlio, intendo.
E quella fu la svolta: tutto peggiorò. I dolori, le sofferenze.
Ma allo stesso tempo prese un senso. Smettere di assumere anticoncezionali ormonali aveva ridato nuova forza a quel mostro che per anni si era nascosto. Che si era avvinghiato tra le viscere dove non
avrebbe dovuto trovarsi. E finalmente dava evidenza di sé. Anche per i dottori.
Ed ecco che ce l’hai finalmente di fronte: Endometriosi. Questo è il suo nome.
E non hai più paura. Perché la vera paura è agitarsi contro il nulla, piangere e maledire un qualcosa che non ha un volto, non ha una forma, non ha un nome. È trovarsi al centro di una piazza e
agitare una cazzo di spada mentre un maledetto cecchino continua imperterrito a spararti. Ma tu non lo vedi, non lo vede nessuno.
Tu sola sai che c’è davvero e sanguini.
Ma adesso è lì.
Lo hai visto cercare di nascondersi nuovamente nell’ombra. Lo hai visto tu e lo hanno visto tutti... e lo hanno riconosciuto.
E no, forse mi sono illuso: paura ce l’hai comunque. Te l’ho letto negli occhi. L’ho sentito nell’anima. Perché il mostro può ancora sparare. Ha solo perso il silenziatore, non il fucile.
Quantomeno però ti puoi finalmente nascondere. Puoi cercare di evitare i colpi, ma soprattutto puoi gridare al mondo che non te lo eri sognato. Che non sei fuori di testa.
“Sì, lo voglio!”.
L’ho detto ad alta voce tanti anni fa. Davanti a tutti.
E oggi lo urlerei, ancora più forte.
Volevo crederti.
Volevo esserci.
Volevo combattere con te.
Volevo aiutarti a non cedere, a non mollare. A non lasciarti convincere che era tutto solo nella tua testa."
Camillo Bignotti
Nell'immagine uno scatto dell'evento di sensibilizzazione sull'endometriosi tenutosi a Taranto il 15 aprile 2019. Al tavolo la scrittrice Rita D'Onghia, il Dott. Emilio Stola, Primario del Reparto di Ostetricia e Ginecologia del SS. Annunziata di Taranto e il Sindaco di Ginosa Vito Parisi.