Valganna, giugno 1903
Santino Comolli aveva ventotto anni e lavorava come taglialegna nei boschi della Valganna e della Valceresio. Suo fratello Angelo ne aveva ventisei e faceva il muratore. Entrambi conoscevano l’Antro delle Gallerie da quando avevano memoria: ogni svolta, ogni strettoia, ogni punto in cui il soffitto scendeva e bisognava abbassarsi, ogni galleria cieca che sembrava continuare e invece non lo faceva.
Anche oltre la cassetta di latta.
Ci erano entrati per la prima volta da bambini per scommessa, avevano continuato da ragazzi per portarci i foresti e spaventarli, e infine da adulti perché ogni tanto qualcuno come il Perè arrivava con del denaro alla ricerca di una guida che sapesse raggiungerlo, ma soprattutto uscirne.
La tariffa richiesta era di due lire al giorno a testa, lampade incluse.
«Voi siete il quinto» disse Santino mentre, superata di pochi passi la pietra chilometrica 8, svoltarono verso monte in corrispondenza del palo della conduttura elettrica numero 99, stampigliato sopra il simbolo di una poco rassicurante testa da morto.
Il sole era già alto ma tra gli alberi filtrava poco, il sentiero era stretto e l’aria, ancora umida, odorava di muschio.
«Il quinto cosa?» chiese Perè.
«Il quinto ingegnere. O geologo. O studioso. O quello che è…» gli rispose scrollando le spalle.
«Evidentemente gli altri quattro hanno fatto un lavoro incompleto» affermò in risposta, quasi con sufficienza.
Angelo, che camminava dietro ai due in silenzio, bofonchiò qualcosa a bassa voce in dialetto.
Perè, non capendo, si voltò e lo fissò. Aspettando ripetesse. Ma l’uomo non fiatò.
«Anche il terzo diceva la stessa cosa» tradusse allora Santino.
L’ingegner Ernesto Perè era arrivato in Valganna nella prima mattina di una domenica di giugno con due valigie, un barometro aneroide, una macchina fotografica, e la convinzione che l’Antro delle Gallerie fosse semplicemente una questione di rilievo topografico che nessuno aveva ancora avuto la pazienza di redigere a dovere.
Il consorzio che lo aveva incaricato, quattro soci milanesi con capitali nel tessile e appetiti nel minerario, aveva bisogno di risposte precise: c’era qualcosa da estrarre? E, in caso affermativo, a quanto sarebbe ammontato l’investimento?
Perè conosceva molto bene la procedura: si entra, si osserva, si misura, si calcola e si scrive. Senza fronzoli e superflue perdite di tempo. Aveva portato a termine con successo lavori in altri siti simili sparsi per tutto il Regno d'Italia. Addirittura una volta era stato inviato oltre i confini, fino in Alsazia.
Come riportato nella documentazione che gli avevano fornito prima di partire, quella antica miniera, o Antro come appunto la chiamavano in zona, era stata scoperta per caso una trentina di anni prima da un canonico, tale Raffaele Inganni, durante un’uscita di caccia. Erano poi seguite una serie di esplorazioni da parte di archeologi, paletnologi, storici e addirittura scrittori e filosofi.
Perè aveva letto con attenzione tutti i loro rapporti ma aveva riportato sul suo taccuino, a mero titolo di cronaca, solo alcuni nomi e non più di un paio di date, ritenendo le loro considerazioni romantiche, appassionate e poetiche… fondamentalmente imprecise e inutili. In quei resoconti infatti, quell’intricato dedalo di gallerie, era passato da miniera a catacomba, da necropoli etrusca a tempio celtico. In un improbabile susseguirsi di epoche oltretutto: dagli scavi minerari ritenuti di epoca tardo Impero Romano, a utilizzo per scopi religiosi in periodo precristiano, a cava intorno all’XI secolo. Arrivando anche a ipotizzare che i monaci avessero ricavato proprio qui le pietre necessarie per costruire il tozzo campanile e il chiostro pentagonale della Badia di Ganna. Qualche chilometro oltre…
Tutte supposizioni, a suo modo di ragionare, elaborate senza una sufficiente analisi, un adeguato calcolo e una ponderata deduzione, e infatti progressivamente accantonate.
«Quanto tempo perso…» aveva borbottato.
Niente di interessante quindi, né degno di approfondimento, in quei documenti, perlomeno agli occhi del Perè, ad esclusione di una licenza datata 1547 per cavare oro ed argento intestata a un certo Raimondi. Ed altre simili concesse ad alcuni nobili e feudatari locali fino alla fine del ‘700. Attività poi improvvisamente ed inspiegabilmente interrottasi. Particolare che, finalmente, aveva stimolato la sua curiosità e lo aveva convinto ad accettare quell'incarico.
Prima di procedere aveva deciso di fare una breve sosta al Ristorante della Birreria Poretti, poco distante dall’Antro, per chiedere indicazioni sul percorso migliore da seguire. Era infatti sua abitudine appoggiarsi a gente del posto: notizie fresche e, di norma, più affidabili di vecchi e logori documenti. Era stato lo stesso Comolli, proprietario del locale, a indicargli i suoi due figli, Angelo e Santino, come guide più che qualificate.
La mattina successiva, verso le dieci, l’ingegner Perè, accompagnato dai due robusti uomini attrezzati con scale di corda, funi, bastoni, accette, e uno zaino colmo di viveri, partiva così alla volta delle gallerie.
«Altezza un metro e cinquanta centimetri, larghezza sessanta» sillabò ad alta voce mentre annotava le misure sul suo taccuino appena arrivati di fronte all’ingresso, «con degli incavi laterali che fanno presupporre l’antica esistenza di una porta».
«È l’unico ingresso?» chiese.
«No… ma si!» rispose Santino.
Il Perè lo guardò perplesso.
«Per quanto ne sappiamo un altro accesso è franato e un altro ancora è da poco stato murato. Più a valle, dove stanno costruendo la nuova linea ferroviaria» si spiegò.
Il Perè, gonfiando le guance perplesso, annuì.
Superato, uno alla volta date le dimensioni, lo stretto varco, percorsero un cunicolo dall’altezza variabile e le pareti convesse, come la sezione di una botte in piedi. A terra, una molle fanghiglia argillosa e appiccicaticcia, invischiava fastidiosamente i piedi. Dove non presente il Perè notò dei solchi che suppose potessero essere gli antichi alloggiamenti delle traversine dei binari necessari per trasportare all'esterno il materiale scavato. Si soffermò poi ad accarezzare le tracce sulle pareti lasciate, a suo avviso inequivocabilmente, da scalpelli. Non c’era zona che non ne portasse traccia, confermando, quantomeno, l’ipotesi si trattasse di cunicoli artificiali. Quello che non tornava però, era la totale assenza delle necessarie strutture all'esterno: forge, locali per i minatori e quant’altro.
A una trentina di metri circa dall’imbocco, la galleria si diramava in due passaggi posti l’uno di fronte all’altro. Il primo cieco dopo pochi metri, l’altro, dopo una angusta strettoia, tornava invece ad allargarsi per poi biforcarsi di nuovo.
«Si prosegue da questa parte» disse Santino indicando la galleria di sinistra.
Appesa alla parete, proprio prima dello svincolo, una cassetta di latta contenente – Perè lo aveva letto con un malcelato sorriso in uno dei vari carteggi studiati prima della partenza – i biglietti da visita lasciati dai vari visitatori che avevano avuto il coraggio di spingersi fin lì. Pochi infatti avevano proseguito oltre, per la paura di venire inghiottiti dai pericolosi pozzi ricolmi d’acqua che d’improvviso si aprivano lungo il percorso. Motivo per cui, l’aveva capito strada facendo, i fratelli Comolli avevano con sé un sottile ma robusto bastone in legno con cui tastavano il terreno prima di oltrepassare una qualsiasi pozzanghera.
«Procediamo per quella di destra» ordinò Perè.
«Non è percorribile: ha un tratto molto basso dove bisogna strisciare».
«Strisceremo, allora».
«Come volete» acconsentì Santino dopo uno sguardo complice ma teso con il fratello e aver aggrottato impercettibilmente la fronte.
Strisciarono, e Perè si graffiò un ginocchio sul bordo della roccia, ma non disse niente. Dall’altra parte il soffitto si rialzava e la galleria tornava facilmente percorribile, si allargava anzi, e Perè si fermò a misurarne la sezione con il metro da tasca e a marcare numeri sul taccuino.
Di fronte a lui, sulla parete destra, a 38 metri dall’ingresso e a 85 centimetri dal suolo – così si sarebbe poi annotato – vide qualcosa che poteva sembrare a tutti gli effetti un’iscrizione incisa nella roccia. Alzò quindi la lampada e ne lesse, o tentò di farlo, i segni.

Fonte: Rivista della Società Storica Varesina, fascicolo VII - Anno 1962, pag.133
«Cos’è?» domandò poi.
«Nessuno lo sa» rispose Angelo, che di solito non parlava.
«È stata studiata?»
«Sì» intervenne allora Santino, «ma non ci hanno capito niente. Alcuni affermano sia etrusco, altri latino medioevale. Ma si sbagliano tutti».
«Come fate a dirlo?»
«Perché per qualcuno significa sole, per qualcun altro natura, e per qualcun altro ancora è una data per ricordare non si sa cosa…»
Perè non fece altre domande, estrasse la macchina fotografica, la puntò sull’incisione e chiese ai fratelli Comolli di spegnere le lampade.
Nel buio più completo si ritrovò per un attimo ammaliato dal gocciolio insistente e penetrante dell’acqua. Aprì poi l’otturatore e fece scattare il lampo esattamente per il tempo necessario a impressionare la lastra rapida.
Non contento, dopo aver fatto riaccendere le lucerne, copiò quei simboli nel suo taccuino con la massima cura, segno per segno, sotto lo sguardo impassibile dei fratelli Comolli.
La prima giornata continuò senza intoppi. Perè misurava, disegnava e numerava le gallerie con un gessetto bianco scrivendo direttamente sulla roccia. I Comolli reggevano le lampade e lo guidavano tra le biforcazioni rimanendo in silenzio. A sera, percorse quattro gallerie principali e una dozzina di diramazioni minori, per la soddisfazione dell'ingegnere, cominciava a delinearsi una prima e dettagliata mappa dell’Antro.
La seconda giornata fu simile finché il Perè si imbatté in alcuni attrezzi da lavoro totalmente arrugginiti e di foggia non immediatamente riconoscibile. Li osservò attentamente, ne annotò le caratteristiche e li ripose esattamente dove li aveva trovati.
«Qualcuno ha già rinvenuto altri oggetti simili a questi?» chiese.
Santino annuì.
«E?»
«E niente. Nessuno ha scoperto di chi potessero essere».
L'ingegnere sbuffò.
Della moltitudine di cunicoli che si diramavano nelle viscere della terra, alcuni raggiungevano solo pochi metri di lunghezza, altri proseguivano tortuosamente sia in salita che in discesa, altri ancora risultavano bloccati da cumuli di pietre franate. Tutto accuratamente annotato sul taccuino.
La terza giornata cominciò come le precedenti. Erano entrati all’alba, Perè voleva finire di mappare tutti i pozzi posti a lato delle gallerie, ma soprattutto ispezionare quello di forma quadrata e apparentemente molto profondo, che si trovava al termine di uno dei cunicoli principali. L’idea era appunto capire se le gallerie presenti al livello inferiore fossero anch’esse scavi minerari o solamente opere idrauliche necessarie allo scolo delle acque. Ipotesi che gli era balenata alla mente ripensando alle miniere Alsaziane del tutto simili per tipo di scavo e sezione a queste, sfruttate per estrarre argento, e che, per evitare si allagassero, erano state munite di pozzi e canali di scolo.
I tre uomini si trovavano a circa settanta metri dall’ingresso, nella sezione nordest del labirinto, chini a osservare uno di quei piccoli pozzi, quando d’improvviso furono investiti da un forte boato.
Perè esitò. I Comolli anche.
Arrivarono altri due fragori, resi flebili dalla distanza, ma inequivocabilmente riconoscibili in detonazioni d’arma da fuoco seguiti, forse, da gemiti. Poi, chiaramente, urla.
«C’è qualcuno» disse Perè.
«Sì» confermò Santino, annuendo con il capo.
Era un certo Lavier: un francese in villeggiatura che si era addentrato solitario nell’Antro in un impeto di incoscienza. O, più probabilmente, in seguito a un bicchiere di troppo. La lampada aveva ceduto e l'uomo, preso dal panico, aveva iniziato a muoversi a tastoni nella tenebra più assoluta.
I fratelli Comolli lo trovarono in pochi minuti, in una delle gallerie laterali, seduto per terra, inzuppato di fango, con la schiena contro la parete, la lanterna spenta in mano, e la faccia rivolta verso l’oscurità davanti a sé con un’espressione che non sembrava del tutto spiegabile con la sola paura del buio.
Poco oltre, in una pozza d’acqua, una piccola bussola e una ormai inutile scatola di fiammiferi.
Il Lavier era un uomo sulla sessantina, baffi biondi che cominciavano a incanutire, abiti da escursione acquistati chiaramente per l’occasione ma ormai irrecuperabilmente laceri e sporchi e, ancora inspiegabilmente in testa, un cappello di tela dalla tesa larga. Quando vide la luce delle lampade dei Comolli ebbe un momento di paralisi, in cui muoveva le labbra senza articolare una sola parola, poi iniziò a parlare. In francese, velocemente, prima di interrompersi, ricordarsi dove era, e ricominciare in italiano.
«C’è qualcosa» lo sentì biascicare il Perè arrivato qualche attimo dopo, «là dentro. L’ho visto!».
I Comolli non dissero niente.
«Cosa avete visto esattamente?» chiese allora l’ingegnere.
«Une silhouette» rispose il Lavier con gli occhi ancora fuori dalle orbite, «una sagoma luminosa e trasparente. Sembrava un uomo alto e magro con la mano alzata.»
Santino, in preda a una palese agitazione, si girò nervosamente più volte verso il fratello.
Senza aggiungere altro lo aiutarono ad alzarsi, sollevandolo da sotto le ascelle, e lo accompagnarono fuori. Il francese si fermò per un attimo sulla soglia, voltandosi un’ultima volta verso il buio interno, prima di uscire nel sole di giugno.
«Vi sentite bene?» chiese Perè.
«Oui» confermò il Lavier. Ma lo disse nel modo in cui si dice una cosa di cui non si è convinti del tutto.
Poi domandò se ci fosse un’osteria vicina, spiegando che aveva bisogno di sedersi, ringraziò i Comolli con una stretta di mano troppo lunga per essere normale, e scese a lunghi passi verso la carrozzabile.
Perè lo guardò camminare ciondolante notando, non l’aveva vista prima, la fondina di una rivoltella appesa alla cinta. Vuota.
Erano immobili, il Perè e i fratelli Comolli, sul bordo del bosco, con l’ingresso dell’Antro alle spalle e il sole ormai pronto a nascondersi dietro le montagne.
«Cosa c’è là dentro?» chiese loro.
Santino guardò il bosco. Poi guardò l’ingegnere dritto negli occhi con l’espressione di chi sta valutando quanto possa essere utile rispondere.
«Non lo sa nessuno» disse alla fine.
«Ma voi vi sarete fatti un’idea».
Silenzio.
«Voi ci vivete vicino da tanti anni» continuò, «avrete pure un’idea!».
Angelo farfugliò una frase in dialetto, breve, che Perè non capì.
«Mio fratello dice che alcune cose non migliorano spiegandole».
La planimetria che Perè aveva tracciato faceva presupporre l’esistenza di molti altri cunicoli ancora da esplorare, e probabili altri accessi. Forse anche dal versante opposto della montagna. Consegnò il suo rapporto al consorzio a settembre. Un documento preciso, tecnico, corredato di misure e di una mappa che era la più accurata mai prodotta dell’Antro, in cui confermava la presenza di galena argentifera.
Nessun accenno agli strani eventi accaduti, solo la ferma raccomandazione, come a voler dissuadere chiunque dall’avvicinarsi a quel luogo, di attendere variazioni al rialzo nelle quotazioni di mercato del minerale prima di procedere.

Fonte: Mario Frecchiami, La sfinge della Valganna, uscita nel 1971 nella Rassegna Storica dei Comuni
Note storiche a margine del racconto
Il nucleo della vicenda è raccontato in un articolo di Cronaca Prealpina del 17 giugno 1903 dal titolo Le grotte artificiali della Valganna. La terribile avventura di un francese in un sotterraneo. Il giornale riferisce che l’ingegner Perè, entrato nell’Antro con Angelo e Santino Comolli, sentì dei lamenti e trovò Lavier, un parigino di sessant’anni rimasto al buio dopo aver rotto la lanterna. Nel resoconto della vicenda, che il giornale attribuisce allo stesso Lavier, l’uomo, dopo aver perso anche la bussola e i fiammiferi, aveva sparato tre colpi di rivoltella per richiamare l’attenzione.
Nel brano di cronaca non è riportata una data precisa.
Il giornale presenta i Comolli come figli del proprietario della Birraria Poretti e studenti delle scuole tecniche. Nel racconto, le loro età, le occupazioni, i dialoghi e le reazioni sono ricostruiti. Sono invenzioni narrative anche il consorzio minerario, il taccuino di Perè e il rapporto consegnato a settembre.
Il 23 agosto del 1931 Cronaca Prealpina riprese la storia rendendola un po’ più drammatica: in questa nuova versione il Lavier, ormai in preda alla pazzia dopo tre giorni di permanenza nel buio, venne ritrovato per caso giusto un istante prima di spararsi alla testa.
Nella tradizione locale la vicenda si trasformò ulteriormente: Lavier sarebbe morto suicida e l'apparizione di una silhouette luminosa che la tradizione popolare tramanda, sarebbe proprio il suo spirito che guida verso l'uscita chi si perde nelle gallerie. Una volta scomparsa la luminescenza, si udirebbe infatti anche un colpo di rivoltella.
Anche l’Antro è stato, negli anni, raccontato in modi diversi. Dopo essere stato scoperto nel 1873 dal canonico Raffaele Inganni, per lungo tempo si è infatti discusso se fosse una miniera, un rifugio o un luogo di altra funzione, tanto che a un certo punto proliferarono addirittura storie in cui veniva descritto come luogo frequentato da streghe e stregoni.
Alcuni segni rinvenuti nel 1874 sulle pareti e successivamente asportati, suscitarono ulteriori dibattiti tra gli studiosi: alcuni li interpretarono come un’iscrizione, altri come semplici tracce lasciate dall’acqua.
Le indagini archeologiche e speleologiche più recenti hanno consentito di ricostruire con maggiore precisione il complesso sotterraneo, confermando una probabile origine mineraria. I rilievi del progetto Antro 2.0 hanno inoltre documentato nuovi ingressi e circa 1.600 metri di cunicoli.
L’Antro delle Gallerie, con tutti i suoi misteri, è ancora lì, nelle viscere dell’Alpe Cuseglio, la scritta sulla parete, incisa dall’uomo o dall’acqua, non risulta invece conservata in nessun museo.
Il taccuino privato di Ernesto Perè, che visitò le gallerie accompagnato dai fratelli Comolli, lasciando il proprio biglietto da visita nella cassetta di latta, se mai fu scritto, non è stato trovato.
Bibliografia
CANDELA, Andrea, «Ricerche di archeologia mineraria nell’area occidentale delle Prealpi Lombarde: scenari di conservazione e riqualificazione del “paesaggio culturale”», in Archeologia Postmedievale. Società, ambiente, produzione, n. 12, All’Insegna del Giglio, Firenze, 2008.
CORBELLA, Roberto, Antichi sentieri della Valceresio, Macchione Editore, Varese, 1998.
GAMBINI, Amedeo, Antro delle gallerie. Indagini di archeologia mineraria in Valganna (Varese), BAR International Series, S2916, Archaeopress, Oxford, 2019.
REGAZZONI, Innocenzo, Paleoetnologia. L’uomo preistorico nella provincia di Como. Ricerche, Ulrico Hoepli, Milano, 1878.
TALAMONI, Giuseppe, in La Provincia di Varese, marzo 1935.
A seguire, in ordine cronologico, gli articoli pubblicati dalla stampa varesina nel giugno 1903 e nell'agosto 1931.
Rassegna stampa d'epoca

Cronaca Prealpina, 17 giugno 1903

Cronaca Prealpina, 17 giugno 1903

Cronaca Prealpina, 23 agosto 1931

Valganna, ingresso Antro delle Gallerie

Mappa Antro delle Gallerie

Il 24 marzo 1958 il cronista della RAI TV Vittorio Mangili scese, guidato da Giuseppe Ambrosini e con il giornalista Mambretti, all'interno del dedalo dell'antro delle gallerie e registrarono su magnetofono portatile le voci solenni e paurose delle acque e degli echi sotterranei.

