
Il parasole in galleria
RACCONTO
Valganna - Induno Olona, 19 luglio 1908
La famiglia Invernizzi di Porta Genova arrivò alle Grotte di Valganna una domenica di luglio con il treno delle nove e quaranta, pochi minuti di ritardo, una quantità di bagagli sproporzionata alla durata dell’escursione e un battibecco, iniziato pochi minuti dopo la partenza, sulla gestione del parasole.
Il piccolo ombrellino in questione, di seta bianca con pizzi color avorio tutt’intorno, coordinato come da prassi all’abito, apparteneva alla signora Enrichetta Invernizzi, trentotto anni, moglie del commendator Ernesto Invernizzi, industriale tessile, e madre di Giacomo, Luisa e Filippo, rispettivamente di dodici, nove e sette anni. Il disaccordo non riguardava il possesso del parasole, che era incontestabilmente suo, ma il fatto che lo avesse tenuto aperto all’interno del treno. Addirittura, e lì la faccenda si era fatta spinosa, anche durante l’attraversamento della galleria, il che, secondo il commendatore, non poteva essere nient’altro se non un assurdo logistico. Non dello stesso parere, ovviamente, la signora.
«C’è pur sempre il fumo della motrice, Ernesto, o le gocce che filtrano dalla volta della galleria» aveva ribattuto lei serafica.
Ernesto, indicando prima la motrice inequivocabilmente elettrica, poi il soffitto del vagone chiuso sopra la loro testa, aveva cercato lo sguardo complice di un passeggero sconosciuto, che però si era saggiamente disinteressato della vicenda e, a scanso di equivoci, voltato verso il finestrino.
Ernesto aveva quarantasei anni ed era un uomo di successo: aveva soldi, aveva una posizione lavorativa affermata, ma soprattutto aveva tre figli sani e una moglie intelligente che quasi sempre aveva ragione, il che lo metteva in una condizione di perenne svantaggio. Ma non quel giorno. E lui non aveva alcuna intenzione di sprecare quella rara occasione!
La gita alle Grotte era stata proposta durante una cena da Giacomo, il figlio maggiore, incuriosito dalla lettura di un lungo articolo su una rivista illustrata, dove erano descritte come meta di meravigliose escursioni estive sia per i varesini che per i forestieri, celebri per la cascata d’acqua che sgorgava spumeggiante dal fianco del monte e, subito prima venendo dalla città, per quella che veniva chiamata la fontana degli ammalati, la cui acqua si diceva avesse stupefacenti proprietà curative.
Corsa ciclistica Valganna, aveva invece letto l’Ernesto su un trafiletto del quotidiano proprio quella stessa mattina, organizzata a coronamento delle gare ciclo-podistiche svoltesi in primavera. Una manifestazione pensata per dilettanti, ma con un itinerario particolarmente impegnativo della durata prevista di oltre quattro ore, e il traguardo fissato proprio alle Grotte.
«Ci sono anche delle caverne preistoriche» aveva continuato Giacomo nel tentativo di essere più persuasivo.
«Preistoriche…» aveva ripetuto l’Ernesto, fingendosi interessato ma pensando alla sua passione per le biciclette e a come quella proposta cadesse a fagiolo.
«Ci hanno trovato ossa umane e cocci» aveva confermato il ragazzo, eccitato.
«Magnifico» aveva infine esclamato la signora Enrichetta, «allora andiamoci!»
Il commendatore aveva annuito sorridendo.
Quella mattina, seppur cominciata con qualche rovescio temporalesco, si era tramutata in una calda e luminosa mattina di luglio. La cascata, come promesso, spumeggiava di un’abbondante quantità d’acqua e, poco distante, la cantina vendeva birra ghiacciata, formaggio locale e pane salato. Conservata in piccole bottiglie di vetro trasparente, era disponibile anche l’acqua della vicina Fontana degli Ammalati.
L’Ernesto, su invito dell’oste, e sotto lo sguardo curioso del figlio che, nonostante lui non se ne ricordasse, gliene aveva già ben descritto le portentose proprietà, ne afferrò una, l’aprì, e bevve. L’acqua era ancora fresca, quasi sgradevolmente fredda in una mattinata fattasi improvvisamente molto calda, con un sapore minerale a cui non era abituato a Milano.
«Buona» disse controvoglia dopo il primo, e ultimo, sorso, ringraziando l’oste che lo fissava sorridendo.
Filippo, il figlio più piccolo, dopo essersi tolto i sandali, si buttò fino alle ginocchia nella vasca ai piedi della cascata, mentre Luisa si guardava intorno curiosa senza aver ancora proferito una sola parola. Giacomo, non appena ne intravide l’ingresso, era subito corso verso le caverne con la velocità di chi aspettava quel momento da settimane.
Le grotte erano fresche e ventilate, immerse in un'oscurità avvolgente. A dirla tutta, per certi versi, quasi opprimente. Un buio capace di smorzare il rumore del mondo, come ovatta. Forse perché la pietra porosa delle pareti, dopo aver assorbito la luce delle torce, la restituiva in modo strano, con una sorta di fosca brillantezza innaturale.
Giacomo era davanti a tutti a illuminare il cammino, seguito da Luisa che con una mano si teneva saldamente al suo braccio, mentre con l’altra trascinava la sua bambola di pezza dal vestitino blu e il fiocco in testa azzurro quadrettato di bianco. L’Ernesto avanzava lentamente con la prudenza di un uomo abituato a terreni meno impervi. La signora Enrichetta, in compenso, aveva finalmente chiuso il parasole.
Filippo camminava in mezzo, silenzioso per la prima volta dalla partenza da Milano.
«Papà…» disse d’improvviso dopo una leggera svolta a sinistra.
«Cosa?» chiese il commendatore indaffarato a non inciampare.
«Quante persone sono vissute qui dentro?»
«Non lo so» rispose.
«Migliaia» urlò Giacomo, senza nemmeno prendersi la briga di girarsi, «forse decine di migliaia, nel corso dei secoli» precisò poi con la sicurezza di chi lo aveva da poco letto su un libro.
«Tutti morti?» domandò Filippo raccogliendo da terra qualcosa che gli sembrava un frammento d’osso.
«Ovviamente» confermò Giacomo strappandoglielo di mano, mettendolo al suo posto e ricoprendolo con un po’ di terriccio. «Quello è solo un sasso. E comunque lascia stare.»
Filippo, arricciando il naso, ci pensò su.
«È come essere entrati in una casa di cadaveri allora».
«Filippo!» lo richiamò la madre.
«Non è sbagliato» lo difese Giacomo.
«È sbagliato da dire!» puntualizzò allora la signora Enrichetta.
«…come tenere aperto il parasole in un treno all’interno di una galleria…» farfugliò il commendator Ernesto prima di tossire, il che era il suo modo di comunicare di non voler ricevere obiezioni di sorta.
«Ma Ernesto» ribatté comunque la moglie piccata, «come puoi ben vedere, qui l'ho chiuso!»
Il commendatore sospirò…
La colazione sotto la parete di roccia avvenne verso le undici. Una fotografia ingiallita appesa alle loro spalle, datata 1903, ritraeva tre escursionisti in posa di fronte a quello che sembrava l’ingresso a uno stretto cunicolo. Il commendatore, curioso, si avvicinò.
“L’Ingegner Peré e i fratelli Comolli ritratti dopo aver salvato la vita a un incauto turista francese” lesse in un piccolo riquadro in basso a destra del quadretto.
«Sono altre gallerie, più avanti» gli svelò Giacomo mentre, mangiando pane e formaggio, sfogliava un piccolo libretto comprato alla stazione di Varese: una guida geologica della zona.
«Ma quelle sono pericolose da visitare!» aggiunse dopo un altro morso al panino.
Ernesto lo fissò stranito, chiedendosi se quella passione lo avrebbe un giorno portato lontano o se si sarebbe lentamente spenta con il passare degli anni, poi, scuotendo la testa come a volersi scrollare di dosso il pensiero, bevve un generoso sorso di birra.
La signora Enrichetta invece, poco distante, era intenta ad ammirare la cascata: di un color bianco quasi innaturale, proprio come riportava la rivista illustrata che Giacomo aveva letto.
«Bella» concluse poi soddisfatta.
«Sì» confermò il commendatore che nel frattempo le si era avvicinato. Di poche parole come sempre.
Luisa, poco partecipe, si era messa a giocare con la sua piccola bambola dal grande fiocco a quadretti bianchi e azzurri.
Filippo, dopo aver calzato nuovamente i sandali, fissava la vasca ai piedi della cascata con un'espressione assorta.
«Papà…» disse a un certo punto.
«Dimmi».
«L’acqua viene sempre dallo stesso posto?»
«Sì».
«Quindi è sempre la stessa acqua?»
«No» si intromise Giacomo senza nemmeno alzare gli occhi dal suo libretto, «l’acqua scende, entra nella roccia, esce dalla montagna. Non è la stessa acqua, ma è sempre lo stesso percorso».
Filippo alzò gli occhi lungo la cascata.
«È come il treno» esclamò allora, folgorato da un’epifania sentendo fischiare i freni del vagone bianco poco prima della fermata dove avrebbe riversato nuovi villeggianti milanesi in cerca di refrigerio, «il treno è sempre lo stesso ma i passeggeri cambiano».
Ci fu un attimo di silenzio, ad esclusione del rumore scrosciante dell’acqua continuo in sottofondo.
«Non è un cattivo paragone» confermò annuendo la signora Enrichetta.
L’Ernesto guardò suo figlio di sette anni con un'espressione compiaciuta.
«Ha vinto Domenico Cittera della Legnanese!» gridò un uomo agitando per aria le mani chiuse a pugno.
Ernesto sobbalzò ricordandosi, solo in quel momento, della gara ciclistica. Sette arrivati su sedici partiti, seppe poco dopo: faticose salite e un imbarazzante stato di manutenzione delle strade non avevano infatti fatto sconti a nessuno.
Tornarono con il treno delle cinque. L’Ernesto con un quarto di forma di formaggio acquistato al ristorante. Giacomo, oltre alla guida geologica, anche con tre belle cartoline: la prima raffigurante una carrozza diretta alla cascata, la seconda il ristoro alla Fontana degli Ammalati, e l'ultima le grotte viste dall’esterno con le pareti di roccia in bilico l’una sull’altra che sembravano voler cadere sulla locomotiva ferma alla stazione. Luisa, sempre nel suo mondo, aveva affrontato il viaggio parlando un linguaggio inventato con la bambola compostamente seduta al suo fianco. Filippo invece, si era addormentato appena salito sul treno con la testa appoggiata sul braccio del fratello.
La signora Enrichetta aprì il parasole. Dopotutto il sole era ancora alto.
Il commendator Ernesto, per evitare qualsiasi commento, aprì il giornale che aveva comprato la mattina, e che aveva già letto.
Note storiche a margine del racconto
I dati di contorno sono reali: domenica 19 luglio 1908 si disputò la grande corsa ciclistica della Valganna per dilettanti, organizzata dall’Unione Sportiva Varesina. Il percorso, da ripetere due volte per un totale di 110 chilometri, attraversava Varese, Cittiglio, Casalzuigno, Grantola e Ghirla, con arrivo alle Grotte di Valganna. Dei sedici concorrenti partiti alle sette del mattino, la cronaca riporta sette classificati. Vinse Domenico Cittera dell’Unione Sportiva Legnanese, giunto al traguardo alle 11:24, seguito da Domenico Curioni e Mario Acerboni. Le difficoltà del percorso, le condizioni delle strade e il maltempo provocarono incidenti e ritiri.
La gara e il suo risultato sono documentati dagli articoli della Cronaca Prealpina del 17, 19 e 20 luglio 1908, qui a seguire riportati. Il modo in cui la famiglia assiste alla manifestazione e ne apprende l’esito è invece una ricostruzione narrativa.
Ernesto ed Enrichetta Invernizzi, Giacomo, Luisa e Filippo sono personaggi d’invenzione. Il battibecco sul parasole, la visita alle grotte, i dialoghi, gli acquisti e gli orari dei loro viaggi appartengono al racconto e non derivano da testimonianze sulla presenza di una famiglia reale.
Le Grotte di Valganna, la cascata e la vicina Fontana degli Ammalati erano luoghi conosciuti e frequentati per le escursioni e il refrigerio offerto dalla valle. La fama dell’acqua della fontana è documentata già nell’Ottocento: Giuseppe Papis ne descrisse le qualità e i benefici che le venivano attribuiti nell’articolo La Fontana degli Ammalati, pubblicato sulla Cronaca Varesina il 9 giugno 1867. Le presunte proprietà curative ricordate nel racconto restituiscono quindi una convinzione dell’epoca.
La curiosità per le cavità della valle trova riscontro anche nella pubblicistica successiva. Luigi Vittorio Bertarelli raccontò una visita all’Antro delle Gallerie sulla Rivista mensile del Touring Club Ciclistico Italiano nel 1899. Tra le pubblicazioni anteriori alla vicenda qui raccontata figurano inoltre Varese e il suo territorio. Guida descrittiva di Giulio Cesare Bizzozero, preceduta da cenni geologici di Leopoldo Maggi e pubblicata nel 1874, e I tre laghi. Studio geologico-orografico con carta geologica di Torquato Taramelli, del 1903. La rivista e la guida lette da Giacomo sono elementi narrativi che richiamano questo interesse per l’esplorazione e la conoscenza del territorio, senza riprodurre una specifica pubblicazione.
Le Grotte presso la cascata e l’Antro delle Gallerie sono luoghi distinti. La fotografia dell’ingegner Peré e dei fratelli Comolli, con la relativa didascalia, è un raccordo narrativo con un’altra Cronaca Ritrovata: non viene presentata come un documento fotografico realmente rinvenuto. Anche il frammento raccolto da Filippo durante la visita è un episodio d’invenzione.
La ferrovia della Valganna, attiva dal 1903, consentiva a escursionisti e villeggianti di raggiungere la valle e i suoi laghi. Rimase in servizio fino al 28 febbraio 1955. Il viaggio della famiglia Invernizzi si inserisce in questo contesto di turismo e nuove possibilità di spostamento.
La cascata è ancora lì.
A seguire, in ordine cronologico, gli articoli pubblicati dalla stampa varesina nel luglio 1908, per accompagnare il lettore dall’annuncio della corsa al suo svolgimento e alla classifica finale.
Rassegna stampa d'epoca

Cronaca Prealpina, 17 luglio 1908

Cronaca Prealpina, 19 luglio 1908

Cronaca Prealpina, 20 luglio 1908

Valganna, Grotto Valfredda - gara ciclistica

Alla cascata delle Grotte di Valganna in carrozza

Induno Olona - Fontana degli Ammalati - 1912

Induno Olona - Stazione delle Grotte di Valganna

Induno Olona - Ristorante Grotte Valganna

Induno Olona - Stazione e galleria delle Grotte di Valganna

Galleria alle Grotte di Valganna

Galleria della Valganna e Fontana degli Ammalati
