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Recensione di Victoria Jackson

10 maggio 2022

La storia è ambientata durante la seconda guerra mondiale precisamente a Varese, perciò insieme ai personaggi sono racchiuse anche le vicende storiche accadute in quel periodo. In particolar modo vengono sottolineati i bombardamenti principali che hanno toccato quella città. Infatti il titolo “quindici secondi per volta” richiama anche i secondi che dividevano un fischio di sirena dall’altro nel quale le persone aspettavano in silenzio il nuovo arrivo di qualche bomba. Ed è durante questi eventi che si intrecciano le vite dei protagonisti con i loro punti di vista e i sentimenti che li attanagliavano nel dover affrontare quelle situazioni così difficili, dove l’unico pensiero che poteva passare per la mente era solo trovare un rifugio e sopravvivere. Già dai primi capitoli ho fin da subito familiarizzato con i personaggi che, anche se all’inizio possono sembrare molti quando vengono presentati, in realtà pagina dopo pagina, lo scrittore riesce a mostrarli al lettore dimostrando che tra di essi vi è un legame e che ognuno di loro è collegato all’altro. Infatti tutti, nessuno escluso, sono essenziali nella trama e posseggono un ruolo ben preciso e delineato.

Infine voglio concludere dicendo che leggere questo libro mi ha riportata automaticamente agli eventi che stanno accadendo al giorno d’oggi, perciò anche se narra di accadimenti passati in realtà si rivela più attuale che mai. Ho compreso che in qualsiasi guerra, che sia stata combattuta o che sia ancora in atto, che non ci sono né vincitori né vinti ma solo delle morti che potevano essere risparmiate.


E delle vite che avrebbero potuto continuare a vivere.

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Recensione di Maddalena Mantovani

07 maggio 2022

Il romanzo di Camillo Bignotti ci catapulta nella seconda guerra mondiale con sensibilità e spiccato verismo.

Sembra davvero di sentire il rombo degli aerei che sorvolano la città e le voci animate delle persone in cerca di un rifugio.

I pensieri dei protagonisti testimoniano la drammaticità di quei giorni e nelle loro concitate vicende molti potranno ritrovare i racconti dei propri nonni...

C'è chi presta soccorso a un ferito, chi porta i propri cari al riparo, chi si mette in coda per una razione di cibo, chi si ripara dalle bombe...

L'autore descrive ogni cosa con grande senso di realtà, certamente grazie ad un'attenta ricostruzione storica...

È un romanzo coinvolgente, ben scritto e di forte impatto emotivo.

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Recensione di Giulia Manna

Aprile 2022

Fino al 1 aprile del 1944, la guerra non era ancora arrivata a Varese. Solo qualche flotta inglese di passaggio verso Milano, ma nessun bombardamento. Le sirene suonavano, la gente correva nei rifugi antiaerei, ma per fortuna non accadeva nulla. Varese forse era troppo vicina alle neutrale Svizzera, ma per alcuni era solo questione di tempo! La città era molto industrializzata, soprattutto nel settore bellico per non finire nel mirino degli alleati e quindi da un lato incarnava un obiettivo strategico, ma dall’altro sembrava non esserlo.

 

Carlo è sopravvissuto alla prima guerra mondiale dove rimase gravemente ferito sul Grappa. Dopo essere stato osannato come eroe di guerra, in qualità di reduce fu assunto in Comune presso l’Ufficio Anagrafe. L’uomo incontra Rebecca. La donna però non è sola. Si occupa dei nipoti, Santina ed Alberto figli di suo fratello Alfonso che è si è arruolato ed è diventato sergente pilota d’aereo. Il ragazzino è taciturno ed obbediente, mentre Santina è piccola d’età e di statura, ma è già piena di pensieri troppo grandi per lei.

 

Il Palace Hotel, albergo di lusso accanto alla fabbrica di aerei militari è stato trasformato in nosocomio e la ragazzinapone a Carlo queste drammatiche domande:

Perchè attrezzare un ospedale militare a due passi dalla fabbrica di aerei? Perchè non la smettiamo di produrre caccia da guerra? Perchè mimetizzare l’ospedale dipingendolo dello stesso verde delle chiome degli alberi che lo circondano?”.

 

Rebecca cerca di fare del suo meglio con i ragazzi, ma la guerra è dura, il pericolo per chi rimane in città è maggiore e la fame inizia a farsi sentire.

 

Santina ed Alberto non sono gli unici bambini. C’è anche Arnaldo con i suoi pensieri. Il padre ha deciso che non si può rimanere a Varese e che è più saggio fuggire nelle campagne per proteggere la famiglia. Questi parte con l’angoscia di chi abbandona gli amici e non sa se un domani li riabbraccerà, in particolare Emma la sua compagna di banco.

 

Ci sono Giovanni ed Albina, ma anche il Tenente Ubaldo de Vittori, uomo tutto d’un pezzo attento ai propri doveri se non addirittura succube del suo ruolo di buon fascista, gli infermieri Ottavio e Giuseppe, e Don Paolino cappellano militare. Quest’ultimi prestano soccorso ai feriti dopo i bombardamenti.

 

Come avrete capito,

questo libro guarda la guerra con occhi di diversi personaggi.

Pur ispirandosi a vicende storiche ed alla memoria di chi non ha voluto dimenticare, questo romanzo è opera di fantasia. I caduti sono morti davvero in quei bombardamenti che hanno coinvolto la città di Varese nell’aprile del ‘44.

 

Impossibile leggerlo e non paragonare quello che hanno vissuto i nostri nonni che fino a poco tempo fa sembrava appartenere ad un tempo lontano e superato, con quello che sta vivendo il popolo ucraino oggi. Per chi si trova sotto le bombe non è cambiato nulla.

L’ho divorato nonostante in alcuni casi, soprattutto quando si legge il diario di Santina, bisognerebbe fermarsi a riflettere ed a bere un bicchier d’acqua per calmare i battiti.  

 

Questa lettura mi ha commosso molto! Si sente in modo deciso che è tratta da emozioni autentiche vissute sulla pelle di persone care all’autore.  

 

Camillo Bignotti rimane sempre neutrale e ci racconta la storia di Varese nell’aprile del ‘44 senza giudicare nessuno, nemmeno quando si compiono scelte difficili e sofferte. In questa storia non ci sono buoni o cattivi. Solo uomini con i loro pensieri, le loro paure e perché no? Anche i loro sogni ed amori.

Chi si veste da cattivo e invece è buono, e chi viceversa. Chi non lo ha ancora deciso o semplicemente non ne ha la più pallida idea. O addirittura nemmeno si è posto il problema! Oppure chi per paura della risposta, nega a se stesso la verità.

 

Buona lettura!

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Recensione di Anna Borsarelli

14 aprile 2022

Il fischio monotono delle sirene antiaeree li interruppe. <È troppo presto!> Urlò Don Paolino scrutando il cielo e già intravedendo una flotta di bombardieri B-17 in avvicinamento.

Questo non è solo un romanzo ma è l'insieme di racconti e di testimonianze di quanto accaduto a Varese durante la seconda guerra mondiale.

L'autore, che ha una scrittura fluida e piacevole, ha raccolto tante storie e ha cercato di raccontarle tutte in queste 300 pagine.

Ho molto apprezzato la storia principale di Rebecca, Carlo, Giuseppe , Ottavio e Don Paolino ma mi sarebbe piaciuto approfondire meglio le loro vite e i loro sentimenti.

Mi è piaciuto molto il Cenpè ma non capito fino in fondo il Luserta. ( Per sapere chi sono dovrete leggervi il libro ?)

Più volte durante la lettura mi sono persa perché per raccontare tutti i personaggi Camillo ha scelto di scrivere tanti capitoli brevi ognuno dei quali con un punto di vista diverso. Una scelta sicuramente efficace per presentare tante persone ma per me un po' difficile da seguire .

Insomma un libro che sono molto contenta di aver letto perché è uno spaccato di storia importante, un aspetto della guerra che non viene quasi mai evidenziato, anche se la scelta stilistica non mi ha fatta impazzire .

Se siete appassionati della seconda guerra mondiale o se siete interessati a quanto è successo a Varese durante quel periodo è sicuramente un libro da non perdere.

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Recensione di Donatella Palli

26 gennaio 2022

Nella notte tra il primo e il due aprile del 1944 un terribile bombardamento alleato semina morti e panico tra la popolazione di Varese, città che, fino ad allora, era stata risparmiata dalle incursioni aeree per la sua collocazione periferica e molto vicina alla neutrale Svizzera.
 

Gli abitanti che avevano visto passare molte volte i bombardieri diretti a Milano, non si aspettavano l’incursione e vengono sorpresi nei loro letti, terrorizzati.

 

Varese, aprile 1944: quando la morte pioveva dal cielo

 

Ci informa l’autore che: “Pur ispirandosi a vicende storiche e alla memoria di chi non ha voluto dimenticare, (Bignotti intende con questo ringraziare i suoi nonni) questo romanzo è opera di fantasia”. Rifacendoci al titolo veniamo a sapere che i quindici secondi sono la durata del suono delle sirene antiaeree prima che si silenzino e poi ripartano per altri quindici fino alla fine della minaccia.

Il Palace Hotel, albergo di lusso situato sulla collina Campigli, trasformato durante la guerra in nosocomio, si trova troppo vicino alla fabbrica di aerei militari AerMacchi, il vero obiettivo del bombardamento. Per ironia della sorte e anche per l’imprecisione dei bombardieri la fabbrica rimane in piedi mentre, tutt’intorno, regnano devastazione e morte.

Il romanzo fin da subito assume una dimensione corale e attraverso le reazioni dei sopravvissuti – paura, angoscia, sconforto, dubbio – descrive la loro difficile lotta per la sopravvivenza tentando di trovare, attraverso questo caleidoscopio di emozioni, una interpretazione, una motivazione alle tante perdite umane.
Il grande tema del romanzo è la difficile distinzione tra il bene e il male. “Siamo i buoni o i cattivi?” domanda la piccola Emma discutendo con due suoi compagni di classe.

 

Il Palace Grand Hôtel fu trasformato in ospedale di guerra

Il Palace Hotel

 

Sono i bambini, i puri, a comprendere e adeguarsi per primi alla drammatica situazione, assistendo un ferito, come fanno Santina o Emma, restando al capezzale della nonna che non può muoversi da casa o come il piccolo Alberto che, disilluso , getta dalla finestra il modellino di aereo ricordo di suo padre aviatore. Aveva sognato di diventare pilota di caccia come lui fino a quella notte “quando si rese conto che non c’era niente d’ammirevole nello sganciare bombe dall’alto(..) i veri eroi erano coloro che da terra con gli occhi gonfi e lucidi pregavano e piangevano per avere salva la vita propria , di un amico o di un parente.”

Per gli altri, gli adulti, è tutto più difficile: c’è chi ha un ruolo “istituzionale” come Carlo reduce della prima guerra mondiale che fa parte dell’U.N.P.A (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) e deve occuparsi di proteggere i cittadini nei rifugi. C’è Rebecca, bella ragazza che vorrebbe frequentare Giuseppe ma si deve prendere cura dei due nipoti orfani.

Ci sono Giuseppe e Ottavio , infermieri che rubano, per conto dei partigiani, armi e viveri all’ospedale e don Paolino che li copre . C’è Ida, la maestra, che conserva in un baule tutte le letterine dei suoi alunni.

Ci sono i carcerati Franco e Alberico, operai in attesa di essere spediti in Germania per aver partecipato agli scioperi contro il regime fascista che, approfittando dell’incendio nel carcere, si danno alla fuga. C’è poi il tenente Ubaldo De Vittori della Repubblica sociale italiana, ottuso e violento.

Nessuno comunque è esente da responsabilità e incertezze sul da farsi. Gli stessi partigiani hanno un comportamento ambiguo e opportunista, e la fanno da padroni nelle montagne della Valcuvia.

Certo non può mancare “il matto” il Luserta, che proprio matto non è e gira per la città citando i nomi dei caduti e affermando che attaccheranno di nuovo. Infatti gli alleati ci riproveranno il 30 aprile.

Un po’ meno sotto i riflettori sono i fascisti e i tedeschi che l’autore descrive superficialmente. In effetti si è scritto molto sulle loro nefandezze e non c’è molto da aggiungere.

 

 

Carlo fra tutte queste schegge di umanità impazzite, attratto dalla giovane Rebecca, ferito e amareggiato, è colui che comincia a ragionare con la propria testa e la sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana vacilla:

“Era veramente possibile che con un obiettivo strategico come l’AerMacchi, la città non fosse assolutamente preparata ad un vero attacco ?”

Da qui si fa sempre più strada in lui la consapevolezza della corresponsabilità.

“Resta il fatto che se per colpire una fabbrica di aerei devi uccidere degli innocenti, non sei diverso da chi stai combattendo ”

Confutato dal suo amico Giulio:

“Non riesci in alcun modo a capire, eh? Intendo dire che se bombardare una città per impedire i rifornimenti al fronte, limitando la produzione di armi o anche solo demoralizzando la popolazione per farla rivoltare o reagire, può fare finire prima questa schifosa guerra, allora è giusto così: che muoiano cento civili per salvare mille soldati!”

A distanza di molti anni dalla fine della seconda guerra mondiale credo che sia mutata l’ottica con cui alcuni autori come Bignotti e altri guardano alle responsabilità del conflitto e alla resistenza stessa.
Pur rimanendo la guerra di Liberazione dal Nazifascismo, un aspetto molto importante della nostra storia, si rilevano anche gli errori e le sopraffazioni che avvennero in nome della libertà, smitizzando i fatti.
Bignotti analizza l’essere umano e le sue reazioni davanti alla perdita di ogni sicurezza, perché la guerra infrange il consueto ordine che regola la vita civile e fa proprie le parole di Oriana Fallaci:

“La natura umana è così inesplicabile , ciò che divide il bene dal male è un filo talmente sottile, talmente invisibile, a volte, quel filo si spezza tra le mani mischiando il bene e il male in un mistero che ti smarrisce. In quel mistero , non osi più giudicare un uomo.”

L’autore, appassionato di storia locale, ha raccolto le testimonianze di coloro che vissero quel periodo buio in cui si volevano semplicemente pane, pace e libertà , al di là delle colorazioni politiche.
Il quadro che ne esce è quello di un’umanità ferita e disillusa ma non vinta che si arrabatta per sopravvivere e deve essere fiduciosa nelle nuove generazioni.

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Recensione di Marianna Zito

24 gennaio 2022

“Anche il cuore, i polmoni e tutti gli altri organi si fermarono per quei pochi secondi.

Giusto il tempo in cui il sibilo delle bombe lasciate cadere nel vuoto

gli raschiasse i timpani fino a fargli venire i crampi al cervello.

 

Non poteva vederle.

 

Poteva solo sentirle fendere l’aria in caduta libera.

 

Immobile. Paralizzato.

 

Fino alla prima esplosione. Forte, distruttiva.”

 

È il 1944. Il Palace Grand Hotel, situato su una collina a pochi metri dall’Aermacchi, la fabbrica di aerei, diventa un ospedale militare. Nell’aprile dello stesso anno Varese sarà bombardata per ben due volte e con la città anche molte persone si ritroveranno sotto le stesse macerie, tra cui quelle dell’ospedale, diventato inevitabilmente quasi un tutt’uno con la fabbrica.

“Quindici secondi per volta. Amore e morte al Palace Hotel” (Macchione Editore, 2021, pp. 304, euro 18) di Camillo Bignotti scandisce il tempo che passa dal fischio di una sirena dal fischio successivo, a scandire il lancio delle bombe e le vite dei personaggi narrate all’interno di quel contesto storico che è la seconda guerra mondiale. Vite queste di persone realmente esistite, anche vicine all’autore, e rimodellate su racconti realmente accaduti e giunti a Bignotti attraverso testimonianze della cronaca del tempo su tutto il territorio italiano, a ricreare così una storia più ampia e non circoscritta alla sola città di Varese. Un romanzo quindi di ambientazione storica, ma che racconta la storia di più persone grandi e piccole, che credono e combattono per i loro ideali, che reagiscono e resistono davanti al pericolo, aiutandosi anche l’uno con l’altro per rinascere, ad ogni modo. Non c’è distinzione tra bene e male, buono e cattivo, giusto e sbagliato. Non c’è giudizio alcuno. Così si incrociano le vite di Carlo e Rebecca, la vitalità e la spontaneità dei bambini davanti alla distruzione e alla realtà, l’altruismo di Santina ed Emma, la fermezza dei soldati. Personaggi a cui ci affezioneremo, ognuno di noi con modalità e intensità differenti.

Camillo Bignotti costruisce un romanzo su base storica per dar voce a tutte queste vite, alle loro emozioni e ai sentimenti che nutrono verso chi hanno accanto, seguendo una trama dettagliata,0 ricca di intrecci e di intrighi. L’autore parte dalla guerra per costruire una storia di vite documentate e appartenute a luoghi diversi, ma che creano un fulcro unico dell’umanità a cui appartengono sia i sopravvissuti sia le vittime.

 

Marianna Zito

 

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Recensione di Davide Perria

07 dicembre 2021

“15 secondi per volta”: una guerra contradittoria a Varese 1944

 

Una storia avvincente, drammatica, che smuove le proprie certezze morali, è quella che caratterizza 15 secondi per volta. Il romanzo di Camillo Bignotti si situa durante il bombardamento americano sulla città di Varese durante l’aprile del 1944, periodo durante il quale la città faceva parte della R.S.I. – Repubblica Sociale Italiana – sotto l’influenza tedesca. In seguito all’armistizio tra il governo di Badoglio e gli americani, l’Italia è spaccata in due zone in conflitto: il centro-sud occupato dagli alleati e il nord dalla R.S.I. e dai tedeschi. Questo è lo sfondo del romanzo, ma l’attenzione è incentrata sulla vita dei cittadini sconvolta dalla brutalità della guerra. La narrazione verte sull’esperienza di alcuni cittadini che affrontano la guerra “15 secondi per volta”: l’attesa che separa un fischio di una sirena da quello successivo. Questa esperienza incarna la paura, l’angoscia, lo sconforto e il dubbio di milioni di italiani che vissero l’incubo della guerra.

 

Un incrocio di vite

Quando una catastrofe incombe sugli uomini, portandone alla morte un numero spropositato, è difficile concentrarsi sull’esperienza del singolo. Ma la ricostruzione della vita del singolo in relazione all’avvenimento estremo, in questo caso la guerra, è fondamentale per ricostruire un quadro più approfondito, preciso, di quello che è successo. Di fatto sono le voci dei protagonisti dell’accaduto, con le proprie impressioni ed emozioni, che permettono di delineare una storia che svela le infinite sfumature di una realtà così complessa come la guerra. Così il romanzo è strutturato secondo la narrazione di esperienze diverse che divergono dal periodo febbrile del mese dei bombardamenti sulla città di Varese. 

Sono molti i protagonisti, o meglio, lo sono tutti. Si narra la storia di bambini, che nonostante le impreviste difficoltà a cui son costretti, non perdono la propria genuinità e agiscono con risolutezza; Rebecca, che cerca risposte personali e sugli aspetti più ombrosi della guerra; militanti partigiani, pronti a commettere azioni estreme pur di portare avanti la causa; Carlo, reduce della Grande Guerra, che individua il senso della propria vita nel sacrificio e nell’onore che ne deriva. E si narra di molte altre vite, ognuna porta con sé un tassello che aggiunge una nota in più della grande storia

La prospettiva è quindi ampia. Ciascuno approccia in maniera differente, secondo principi diversi e divergenti, ma tutti rappresentano una vita che cerca di resistere e reagire allo sconvolgimento della guerra. E qualunque sia l’orientamento che ciascuno sceglie della propria vita, questa si incrocia con le altre, formando un’unica storia complessa e articolata. Del resto, la guerra infrange il consueto ordine che regola la vita civile, permettendo la sovrapposizione di vite apparentemente sconnesse. Tutto si congiunge, si mostra legato in una rete fitta che rappresenta la connessione costante delle vite degli uomini. 

 

Paura e coraggio

Di fronte alla morte la paura è istintuale. Il costante pericolo e la perdita di tutto quello che si riteneva saldo, atterriscono e sconfortano qualsiasi persona. Sono due le possibili reazioni a questa paura: arrendersi e lasciarsi sopraffare dagli eventi, o prendere in mano la propria vita e reagire. Quest’ultima possibilità caratterizza i protagonisti del romanzo. 

Nonostante la situazione di terrore generale, i protagonisti reagiscono agli eventi mostrando una tenace volontà di resistere. Questa volontà è dettata dall’esigenza di non perdere la propria personalità, di non lasciarla morire tra le bombe. In alcuni nasce la necessità di aiutare il prossimo. Santina, nonostante la giovane età, aiuta senza esitazione uno sconosciuto rimasto gravemente ferito e si adatta alle situazioni che le si impongono. Allo stesso modo, Emma aiuta come può la propria nonna malata a letto. Carlo, sopravvissuto allo scoppio di una bomba che ha peggiorato il suo stato già compromesso dalla Grande Guerra, aiuta Rebecca con i bambini – Santina e Alberto – e si mostra disponibile e presente. La stessa Rebecca, fa di tutto per mettere in salvo i bambini che cura personalmente, data la morte del loro padre.

In opposizione all’altruismo, si impongono anche l’egoismo, la rigidezza . Un chiaro esempio è mostrato dai militanti partigiani che, infiltrati in un ospedale militare, si riforniscono di armi e viveri in segretezza. Allo stesso modo i soldati tedeschi e fascisti si mostrano intransigenti con gli italiani, considerati traditori e quindi assoggettati. I soldati tedeschi trattano con pugno di ferro i prigionieri politici italiani, perquisiscono con violenza le abitazione dei popolani, e un soldato fascista – il tenente De Vittori – arriva persino a sparare senza esitazione a due fuggitivi.  

 

La ricerca di certezze nell’incertezza della guerra

Un evento dall’impatto e portata devastante come la guerra sconvolge completamente la vita, frantumando tutte le sue presunte certezze. La distruzione della città, la desolazione, l’irregolarità della vita, la paura, sono fattori che spingono i protagonisti a rimodellare la propria vita e a rivalutare le proprie convinzioni. Essi sono alla ricerca di risposte, nel tentativo di risolvere i dubbi sollevati dalla guerra. 

Rebecca indaga fino in fondo sul mistero dell’identità dello sconosciuto a cui ha prestato soccorso. In particolar modo, il comportamento sospetto degli infermieri giunti per il ferito, acuisce i dubbi di Rebecca, che farà di tutto per risolverli. Un altro indagatore è Carlo. Inizialmente, sospettoso per il fallimento dei bombardieri inglesi nella distruzione della fabbrica militare, cerca di captare messaggi segreti inglesi alla radio. Non riuscendo a ottenere risultati, sposta la sua attenzione sul mistero che caratterizza l’ospedale militare e alcuni suoi infermieri. Carlo riuscirà a svelare la verità, ma a caro costo.

 

Buoni o cattivi?

 

"Anche perché, in fondo, non ho ancora ben compreso chi è nel giusto e chi si veste da cattivo e invece è buono, e chi viceversa. Chi non lo ha ancora deciso o semplicemente non ne ha la più pallida idea. O addirittura nemmeno si è posto il problema! Oppure chi, per paura della risposta, nega a sé stesso la verità."

 

Il grande tema del romanzo è la difficile distinzione tra bene e male. Sebbene una banale interpretazione della storia identifichi i buoni come i dominati e i cattivi come i dominatori, la realtà della guerra mostra una visione molto più complessa. Di fatto il carattere devastatore della guerra sconvolge la tradizionale percezione della morale, causando una frattura della esile barriera che li separa. 

Bene e male si mescolano in un tutt’uno pieno di contraddizioni. A evidenziare la contraddittorietà è la stessa posizione di Varese che è occupata dai tedeschi, ma anche da militanti partigiani in contatto con gli alleati. Nonostante sia solito individuare i partigiani e gli alleati come i buoni, l’analisi delle loro azioni estreme incrina questa considerazione. Per esempio, gli stessi bombardamenti mostrano una violenza e una noncuranza degli alleati nei confronti dei cittadini innocenti di Varese, coloro che dovrebbero essere salvati. Allo stesso modo i partigiani trattano i compaesani, perquisendo e sequestrando oggetti utili dalle loro case, arrivando a uccidere persino un innocente. 

Coloro che non rientrano nell’azione diretta, i cittadini comuni, si interrogano sulla propria posizione morale. Di fronte ai bombardamenti, le morti, gli abusi, le ingiustizie, si insinua il dubbio in merito al proprio ruolo ormai divenuto incerto. “Intendo dire: siamo i buoni o i cattivi?” chiede Emma discutendo con altri due bambini, non riuscendo a trovare una risposta precisa. La complessità della guerra mostra la fragilità dell’uomo e la sua impossibilità di ripristinare quelle basi solide in cui prima si rifugiava e che ora si son frantumate. La sicurezza viene spazzata via dalla guerra, costringendo l’uomo ad affrontare i suoi lati più oscuri e contradittori.

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Recensione di Gabriele Ottaviani

02 dicembre 2021

Carlo, cinquant’anni, ha visto più di una volta il cielo sopra la sua Varese solcato dalle bombe, prima britanniche e poi a stelle e strisce, col dichiarato obiettivo di distruggere l’Aermacchi, la fabbrica di caccia situata nel centro città, a pochi passi dal Palace Grand Hotel, da qualche anno ospedale militare dove lavorano Giuseppe, Ottavio e don Paolino e in cui fra gli altri la notte del primo grappolo di ordigni trova soccorso Rebecca, di cui Carlo s’innamora d’un sentimento puro e gravido di speranza, lusso di cui la morte incombente e opprimente sembra aver proibito la concessione… Intenso, avvincente, delicato, emozionante.

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Recensione di Eleonora Scaccia

25 settembre 2021

Romanzo ben scritto, trama avvincente dove l’anima dei personaggi emerge con forza drammatica per tratti eroica.

Bignotti eleva la sua capacità di narrazione di un territorio conferendo spessore e potenza evocativa ai personaggi che diventano piccole madeleines proustiane per il lettore.

Non può mancare nella biblioteca di un amante del romanzo storico d’autore.

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Recensione di Roberta Bettoni

13 settembre 2021

Ci sono le guerre che tutti vedono e di cui sentono parlare. 
E ci sono le persone che vivono quelle guerre. 
Rebecca, ragazza sola con due nipotini.
Carlo, reduce della prima guerra mondiale, fascista per avere un posto nel mondo che gli dia un senso. 
Giuseppe, Ottavio e Don Paolino che non si arrendono all'occupazione tedesca.
Il Luserta, pazzo o santo, che elenca i morti camminando rasente ai muri.
E ci sono le bombe. Che arrivano in città, inattese e crudeli.
Piccole storie in una città di provincia.
Piccole persone disorientate tra occupazione tedesca e fedeltà al fascismo.
Un'umanità spaventata e coraggiosa. 
Il tentativo di salvarsi, di salvare, per una causa giusta. Giusta per chi ?
I morti sono morti e non possono raccontare. 
Lo faranno i vivi, con i piccoli gesti della memoria di chi ha potuto sopravvivere. 
Scrittura cinematografica.

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